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INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO - DIRECTOR'S CUT - V.O.S.
INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO - DIRECTOR'S CUT - V.O.S.
V. RESTAURATA
FILM EVENTO
V.O.S.
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Durata: 135 min

Genere: Fantascienza

Lingua: originale con i sottotitoli in italiano

Regia: Steven Spielberg

Anno: 1977

Con: R. Dreyfuss, F. Truffaut, T. Garr

Inizia con la richiesta di un interprete Close Encounters of the Third Kind, terzo film di Spielberg (anche sceneggiatore, a partire da un ricordo d’infanzia) e primo completamente spielberghiano, dove troviamo già i temi cardine del suo cinema a venire, la capacità di incidere nell’immaginario e di girare “le scene di vita quotidiana dandogli un aspetto un po’ fantastico, di rendere più quotidiane possibili le scene fantastiche”. A parlare è Francois Truffaut, che nel film è lo scienziato Lacombe: l’interprete serve a lui, che anche nella vita l’inglese lo conosceva poco (e senza la sodale Helen Scott a fare da tramite non avremmo avuto Il cinema secondo Hitchcock). La comunicazione è il problema centrale del film, storia di un sogno di bambino che diventa realtà quando si è troppo grandi per accettare che possa essere reale. Eppure serve poco: la luce abbagliante attraverso il buco della serratura, un frigo svuotato, le viti di una grata di areazione che si allentano da sole; insomma, basta la magia del cinema, macchina da suspense usata alla massima potenza spettacolare, per renderlo concreto. E un po’ terrificante. Anche lì, però, è solo questione di età, e se gli adulti del film sono molto spaventati – se noi spettatori lo siamo– il piccolo Barry, dall’alto dei suoi cinque anni, è pronto ad andare incontro ai lampi che vengono dal cielo. “I bambini sono resistenti… hanno la pelle dura” si teorizza negli Anni in tasca, che Truffaut ha appena finito di girare in quel 1976. Dichiarazione valida anche per il cinema di Spielberg, e il fatto che questa sia l’unica esperienza di Truffaut attore al di fuori di un suo film (escluse le comparsate nei corti d’esordio dei giovani turchi) sancisce la simbiosi tra i due autori. Il Roy di Richard Dreyfuss deve rinunciare ad essere adulto, abbracciare la sua parte infantile e irrazionale sconvolgendo l’equilibrio familiare (promemoria per la critica: rileggere la filmografia di Spielberg alla luce di The Fabelmans), per potersi avvicinare agli UFO, per accogliere la rivelazione della loro esistenza. Close Encounters è un film sulla fede? Sicuramente è un film sull’avere fiducia nell’altro, anche quando ci sarebbero molte ragioni per averne paura. Sono sufficienti le cinque note teorizzate da Lacombe per creare un canale di comunicazione, basta volere e sapere ascoltare. Un bel sogno a cui credere, di questi tempi.

135 min

Genere: Fantascienza

Lingua: originale con i sottotitoli in italiano

Regia: Steven Spielberg

Anno: 1977

Con: R. Dreyfuss, F. Truffaut, T. Garr

Inizia con la richiesta di un interprete Close Encounters of the Third Kind, terzo film di Spielberg (anche sceneggiatore, a partire da un ricordo d’infanzia) e primo completamente spielberghiano, dove troviamo già i temi cardine del suo cinema a venire, la capacità di incidere nell’immaginario e di girare “le scene di vita quotidiana dandogli un aspetto un po’ fantastico, di rendere più quotidiane possibili le scene fantastiche”. A parlare è Francois Truffaut, che nel film è lo scienziato Lacombe: l’interprete serve a lui, che anche nella vita l’inglese lo conosceva poco (e senza la sodale Helen Scott a fare da tramite non avremmo avuto Il cinema secondo Hitchcock). La comunicazione è il problema centrale del film, storia di un sogno di bambino che diventa realtà quando si è troppo grandi per accettare che possa essere reale. Eppure serve poco: la luce abbagliante attraverso il buco della serratura, un frigo svuotato, le viti di una grata di areazione che si allentano da sole; insomma, basta la magia del cinema, macchina da suspense usata alla massima potenza spettacolare, per renderlo concreto. E un po’ terrificante. Anche lì, però, è solo questione di età, e se gli adulti del film sono molto spaventati – se noi spettatori lo siamo– il piccolo Barry, dall’alto dei suoi cinque anni, è pronto ad andare incontro ai lampi che vengono dal cielo. “I bambini sono resistenti… hanno la pelle dura” si teorizza negli Anni in tasca, che Truffaut ha appena finito di girare in quel 1976. Dichiarazione valida anche per il cinema di Spielberg, e il fatto che questa sia l’unica esperienza di Truffaut attore al di fuori di un suo film (escluse le comparsate nei corti d’esordio dei giovani turchi) sancisce la simbiosi tra i due autori. Il Roy di Richard Dreyfuss deve rinunciare ad essere adulto, abbracciare la sua parte infantile e irrazionale sconvolgendo l’equilibrio familiare (promemoria per la critica: rileggere la filmografia di Spielberg alla luce di The Fabelmans), per potersi avvicinare agli UFO, per accogliere la rivelazione della loro esistenza. Close Encounters è un film sulla fede? Sicuramente è un film sull’avere fiducia nell’altro, anche quando ci sarebbero molte ragioni per averne paura. Sono sufficienti le cinque note teorizzate da Lacombe per creare un canale di comunicazione, basta volere e sapere ascoltare. Un bel sogno a cui credere, di questi tempi.
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